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TRAINING AUTOGENO: INSEGNAMENTO AD AUTODETERMINARSI

Come una paziente mi ha insegnato ad integrare psicologia e training autogeno

Cullati dall’Altro…

Nella mia pratica clinica da psicologa, ho sempre usato solo parole. Quest’inverno, ho conosciuto il Training Autogeno e la Meditazione grazie ad un corso del Dott. Adriano Legacci, psicologo, psicoterapeuta e psicoanalista. Mi diceva che, per un’intellettuale come me, sarebbe stato un altro mondo, qualcosa di lontano dai discorsi razionali.

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Corpo, mente e spirito in un unico discorso.

Così, spinta più che altro dal fare una vacanza ad Abano Terme e dal vedere un amico, ho fatto questo corso full-immertion di 3 giorni. L’esperienza è stata piacevole, ma, in un primo momento, è rimasta sospesa, accantonata e separata dalla mia identità professionale di psicologa. E, a dire il vero, non era nemmeno entrata nella mia identità personale. Teniamo conto che l’identità professionale è una parte dell’identità personale, ma non per questo ne è separata. Anzi, queste due identità si influenzano a vicenda e, quanto più di noi stessi mettiamo per costruire l’identità professionale, tanto più ci soggettiviamo, creiamo il nostro stile e modo peculiare di lavorare.

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Il luogo ideale per lavorare dormendo.

Questo non avviene solo per il lavoro dello psicologo, ma per tutti i lavori. C’è un quid personale, diverso ed unico per ognuno di noi, che ci porta a farci scegliere da chi è interessato al nostro servizio o alle nostre competenze. È la stessa logica dell’amore. Perchè proprio lui? Perchè proprio lei? È perchè ha qualcosa, spesso molto difficile da mettere in luce e definire, che gli altri non hanno, che lo rende unico, che mi muove. E abbiamo un gran bisogno di sentirci mossi verso ed anche di muovere, di smuovere.

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Semi-dire: dalle navi all’acquedotto.Cosa vuoi vedere? Puoi scegliere.

L’amore muove le montagne, dice Hiltebrand, noto psicoanalista Francese. Training autogeno e meditazione sono entrati nella mia identità professionale quando, nella mia formazione psicoanalitica con Marisa Fiumanò, ho incontrato il semi-dire: uno dei punti nodali e di svolta nel mio operare come psicologa. Inizialmente, gli psicologi, gli psicoterapeuti e gli psicoanalisti (e molti lo fanno ancora oggi, a qualcuno di voi è capitato esserne vittima?) lavoravano spiegando al soggetto cosa in lui non andava, le cause e cosa fare per risolvere i problemi. Questo non serviva perchè lo psicologo parlava alla mente razionale del paziente, non al suo cuore ed al suo inconscio.

training autogenoInoltre, gli comunicava modi di risoluzione dei problemi che sarebbero andati bene allo psicologo stesso, non al paziente. Siamo tutti bravi a risolvere i problemi degli altri! Si sente, spesso, dire in giro. Dopo che qualche furbo psicologo capì che tutto questo bla-bla non servisse, nacque il semi-dire. Il mezzo-dire. Anziché dire “Alzati e cammina!”, possiamo dire “Sarai stanco di stare seduto, che ne diresti di fare una passeggiata?”. Non siamo Cristo che possiamo usare frasi della prima tipologia. Chi lo fa si sente onnipotente e preferisce lamentarsi degli scarsi risultati, anziché interrogarsi sui punti personali che non gli permettono di aiutare chi gli sta di fronte. Marisa Fiumanò, commentando Lacan, diceva che l’analista deve semi-dire al paziente e, parallelamente, portava avanti il discorso che nella psicoanalisi si parla in modo diretto dei problemi, mentre, nelle altre arti e discipline, se ne parla in modo indiretto.

training autogenoHo trovato in questa apparente divisione la possibilità di utilizzare altre arti e discipline (che parlano in modo indiretto di ciò che la psicoanalisi dice in modo diretto) per semi-dire al soggetto ciò che gli è utile. Ho usato il training autogeno e la meditazione come strumenti nel mio lavoro di psicologa, rendendo il paziente parte attiva del processo. Nel training autogeno e nella meditazione, il soggetto ascolta un discorso che appartiene all’Altro, spesso accompagnato da una musica che ha scelto l’Altro, quindi il soggetto è in posizione passiva. Al contrario, nel lavoro psicologico con i pazienti, il soggetto è spinto dall’Altro (dallo psicologo) a creare il proprio discorso, a conoscere in modo sempre più approfondito se stesso ed a sapere sempre meglio cosa desidera e come raggiungerlo, come liberarsi da desideri non propri, come conquistare la propria libertà. Dunque, nella mia pratica psicologica, ho introdotto training autogeno e meditazione portando il paziente a creare il proprio discorso, anziché a fargli soltanto ascoltare quelli che creo io, avendo la presunzione che vadano bene per lui. È il paziente che crea, che sceglie ciò che desidera, che scrive le parole da dirsi, che decide la musica da mettere in sottofondo. È il paziente che sceglie il luogo immaginario in cui vorrebbe andare e cosa fare. Lo psicologo lo aiuta e può introdurre elementi che gli sembrano importanti per quel paziente, ma il discorso deve essere del paziente. E devo proprio ad una paziente la nascita di questo mio discorso. Rosa, pensionata, dopo alcuni mesi di consultazione psicologica, introduce alcuni elementi che possono sembrare delle provocazioni. Continua a dire che è stanca a parlare dei problemi, che c’è una voce dentro di lei che le dice che se continua a parlare dei problemi non se ne andranno mai. Mi chiede “Ma non c’è un luogo, dott.ssa, in cui andare senza portarsi dietro i problemi?”.

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Tienila sempre con te la tua lampada. Non perderla mai di vista.

Rispondendo erroneamente alla sua domanda, le dico di no. Ma la domanda si ripresenta. E ancora. E ancora. Perchè viene se non vuole parlarmi dei suoi problemi? Cosa non ha ancora capito della mia risposta? Un’altra volta, mi dice che quando viene nel mio studio ha l’idea fissa di essere a casa, anche se sa che è nel mio studio e mi chiede come scacciare questo pensiero. Da un po’ di tempo, mi dice che vorrebbe riprendere a fare training autogeno perchè quando lo faceva stava bene, ma suo marito non vuole darle i soldi. Dopo una seduta, in cui rimane quasi totalmente in silenzio, provo rabbia. Penso che la prossima volta le dirò di tornare quando ha il desiderio di dirmi qualcosa.

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Un soffio è solo un soffio. Un soffio è soffio di e per la vita: la tua

Non sopporto che i pazienti non lavorino, un sentimento di espulsione mi invade. “Non la voglio, non la voglio più! Perchè devo stare a guardarla mentre si rifiuta di lavorare? Potrei fare altro, potrei pensare a quelli che lavorano!”. Sì, certo, potrei farlo, così starei in pace con me stessa e potrei dirmi che sono brava, senza lo sforzo di migliorarmi e chiedermi cosa non va, perchè quella paziente non lavora. Potrei fare quello che, apparentemente, fa questa paziente: non lavorare nemmeno io. Continuare a pensare che è lei che deve adattarsi, anziché essere io ad ingegnarmi, trovare nuovi modi, nuove vie, strade, percorsi, il suo. Sento che non ho più il desiderio con lei e non sopporto non avere il desiderio con i pazienti, voglio divertirmi, voglio godere, voglio sentire e vedere che tutto quello ha un senso. Non voglio sentire la differenza tra divertirmi e lavorare, tra piacere e dovere, non voglio pensare di doverla vedere per obbligo e senza un senso. Poi, di colpo, capisco. Rosa non parla perchè ha già parlato. È stanca di parlarmi perchè io non l’ho ascoltata. Dovevo solo ascoltare il suo discorso, anziché sovrastarla con il mio. Entrare nel suo discorso per accrescere il mio. Mi stava dicendo di voler il training autogeno, di andare in un posto in cui i problemi non esistono, di sentirsi contemporaneamente a casa e nel mio studio, che è stanca di parlare dei problemi e che dentro di lei c’è una voce che le dice che se continuerà a parlarne non se ne andranno mai. Ascoltiamola questa voce, non scacciamola.

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Cambiando posizione, puoi esprimere il tuo desiderio.

Approfondiamo il suo discorso ed usiamolo per un training autogeno creato su misura per lei. Pensare questo mi rigenera. Il mio lavoro riacquista senso. Ho riacquistato l’entusiasmo e, anziché pensare alla noia che proverò nel vederla, non vedo l’ora di farle capire che ho capito il suo discorso e che sono delle idee straordinarie, che nessuno aveva mai pensato prima, che erano solo espresse in una forma un po’ insolita e nascosta per poter essere capita subito. Almeno da me.

training autogenoEra una forma semi-detta, detta a metà. Anche i pazienti semi-dicono, non soltanto gli psicologi. E il desiderio ha la forma del non-vedere-l’ora, del non-poter-aspettare, del continuare-a-pensare, dell’entusiamo-ritrovato, del me-l’avevi-detto-ma-non-l’avevo-capito, dell’è-stato-un-semi-dire-fantastico, del grazie-perchè-ho-ritrovato-un-senso. Training auto-geno: letteralmente, insegnamento ad auto-determinarsi, ad auto-guidarsi, insegnamento da parte di qualcuno che ti aiuta a farti capire dove desideri andare e cosa fare.

Una paziente mi ha insegnato come integrare psicologia e training autogeno: tu, per farti aiutare, cosa mi insegnerai? Tienilo bene a mente, se vorrai un valido aiuto. Contestami. Criticami fino a farmi stare male. Sfogati pure. Dimmi di me tutto quel che non ti piace. Non essere timido, fallo fino in fondo: io metto al lavoro così.

Susanna Premate

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